5 Autori: Amalia Guglielminetti alias «Colei che va sola»
Nel terzo incontro del ciclo 5 Autori, che si è svolto giovedì 12 marzo, la professoressa Martina Dal Cengio, studiosa della letteratura torinese di fine Ottocento, ha presentato con passione e competenza filologica il carteggio amoroso tra Amalia Guglielminetti e il crepuscolare Guido Gozzano.
Il centro della lezione è stata la ricostruzione della figura di una poetessa dimenticata poiché scomoda, che ha espresso con le sue stesse scelte di vita e di scrittura le contraddizioni di una società in cambiamento, incapace di accettare una donna libera, indipendente, anticonformista come lei.
Giudicata da D’Annunzio “l’unica poetessa d’Italia”, sin dalla sua prima raccolta di versi Le vergini folli, viene acclamata dai maggiori esponenti della cultura torinese, mentre lei si definisce un “oggetto di lusso”.
Con la sua bellezza ed intelligenza conquista la stima e l’ammirazione di Guido Gozzano, ma mai veramente il suo cuore. L’epistolario mette a confronto due anime: lei che vive intensamente l’amore e lui, un giovane tormentato dalla morte a causa della malattia, che vede in Amalia il miraggio della felicità e l’impossibilità di un futuro. Guido troncherà la loro relazione, forse mai sbocciata, con parole ferme e irrevocabili: «Perdonami! – le scrive il 30 marzo 1908 – Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai...».
Archiviata la storia con Gozzano, forse preda della paura di invecchiare, continua a farsi rappresentare dai più noti artisti del tempo e l’immagine più accreditata che lascia di sé è proprio quella di donna fatale. Ma è anche la femme poète, talvolta antifemminista, altre volte in prima linea sui diritti delle donne, mantenendo sempre un’autonomia di giudizio, un modo personale di difendere solo quelle come lei, fuori dal coro. Consapevole delle difficoltà che il genere femminile deve affrontare, non perde occasione di sottolineare l’importanza di sottrarsi ai lavori domestici, per dedicarsi alla scrittura. Dopo aver sperimentato anche la prosa, in una ricca produzione che va dal 1903 al 1934, intreccia una relazione con Dino Segre, in arte Pitigrilli, destinata a finire nel peggiore dei modi con accuse reciproche nelle aule di un tribunale.
Il 4 maggio 1929 viene dichiarata «seminferma mentalmente» e il 17 marzo 1931, con sentenza definitiva, affetta da «totale infermità mentale transitoria». Pazza: è questo l’ultimo appellativo che le attribuisce un mondo in cui si era trovata troppo spesso a recitare una parte.
Muore nel 1941 a seguito di una ferita riportata cadendo dalle scale, mentre tenta di raggiungere il rifugio antiaereo.
Inesorabilmente, fino alla fine, «quella che va sola», come recitano alcuni dei suoi versi più noti.
